Padre Pellegrini, frate sotto le bombe “A Figline sul camion degli Alleati”

Padre Pellegrini in una foto di ieri e di oggiPadre Pellegrini in una foto di ieri e di oggi

E’ stato per lungo tempo insegnante di Lettere al Marsilio Ficino, ma la vicenda umana di Padre Ludovico Pellegrini, frate francescano presso la Chiesa di San Francesco a Figline, è contraddistinta di passaggi non certo facili. A cominciare dall’inizio: il suo avventuroso arrivo a Figline durante la guerra: una storia che merita di essere raccontata.

Inizia tutto l’8 settembre 1943 quando, all’età di 13 anni, il giovane studente Ludovico Pellegrini sta risalendo verso il convento di San Romolo. “Nel pomeriggio arrivò una notizia che lasciò tutti a bocca aperta. Badoglio aveva dichiarato l’armistizio – ricorda oggi il francescano – e tutti cominciarono a esultare, ad accendere fuochi e a festeggiare”. Una sensazione di sollievo abbracciava i valdarnesi, ma l’entusiasmo fu spazzato via quasi subito: “Dopo un paio di settimane i Tedeschi ci occuparono, ormai eravamo nemici. Con l’arrivo degli Alleati, i Frati Superiori avvertirono i genitori di tutti gli studenti perché ci portassero via da Figline. Non volevano assumersi la responsabilità di ciò che stava per accadere”. Da qui in poi il giovane Ludovico si ritroverà davanti un lungo itinerario, costituito da numerose tappe. “Arrivammo ad Arezzo, poi ad Asciano, dove aspettammo un treno per Grosseto. Ricordo molto bene il rumore degli scarponi dei soldati tedeschi che marciavano, fieri, alla stazione”.

La situazione era critica, il governo non dava ordini, non trasmetteva notizie.

“Vittorio Emanuele III era fuggito a Brindisi, non c’erano ordini da parte di Roma. Nel frattempo mio fratello, soldato, fu catturato a Cuneo, fatto prigioniero e deportato a Berlino a lavorare. Solo successivamente riuscì a fuggire durante i bombardamenti della capitale tedesca”. Ludovico e il suo compagno non poterono tornare indietro fino al novembre del 1944. “Ripartimmo un anno dopo da Santa Fiora senza alcun mezzo di trasporto, a piedi, facendo delle tappe durante il viaggio: ad Arcidosso, a Castel del Piano e in altre località. Durante una di queste soste chiedemmo ospitalità ad un parroco locale. Passata la notte gli chiedemmo anche se disponesse di un mezzo di trasporto. Aveva un calesse. Si offrì di accompagnarci per un tratto, e ci lasciò vicino a Pienza. Trovata ospitalità, il giorno dopo percorremmo altri 22 km a piedi fino a Sinalunga”.

Un viaggio che continua senza sosta. Il giovane Pellegrini passa da Monte San Savino, per poi arrivare ad Arezzo. Qui viene ospitato in un convento. Tutto sembra procedere per il meglio, ma al mattino seguente si presenta una spaventosa sorpresa. “Alle 6 di mattina fummo svegliati da un bombardamento improvviso, l’obiettivo era il convento in cui alloggiavamo. Riuscimmo a fuggire verso Porta San Lorentino, dove incrociammo un camion di Alleati. Erano inglesi. Cominciarono a chiederci dove fossimo diretti e noi, a gran voce, rispondemmo: “Figline!”. La buona sorte volle che quel camion si dirigesse proprio a Figline. Così, dopo un attimo di esitazione, un soldato ci fece cenno di salire a bordo, nel retro. Alzò un tendone verde scuro e ci “scaraventò” dentro. Mi ritrovai al buio, seduto su qualcosa di morbido, sentivo addosso una polvere strana, ma non mi importava. Sapevo di essere vicino alla meta”. Il lungo “nòstos” giunge al termine quando il camion arriva a destinazione, il giovane è a casa. Sceso dal mezzo si accorse con allegria delle sue condizioni: “Ero tutto infarinato dalla testa ai piedi, il camion era pieno di sacchi di farina. Non mi ero accorto di nulla durante il viaggio. Finalmente ero a casa”.

Riccardo Barlacchi



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